giovedì 30 novembre 2006


PERFINO TREMONTI INVOCA IL CAMBIAMENTO DICHIARANDO FINITA L’ERA DEL MERCATISMO. QUANDO SE NE ACCORGERANNO I “RIFORMISTI” DELLA SINISTRA?

Con nostra sorpresa, al professor Salvatore Rossi, direttore dell’ufficio studi di Bankitalia, che ha sparato palle di fuoco contro il neoliberismo, accusandolo di aver addirittura riportato la schiavitù in Italia, tanto da condannare, con dosi massicce di flessibilità, centinaia di migliaia di ragazzi ad entrare “nel mercato del lavoro in condizioni da filiere ottocentesche”, si è andato ad aggiungere niente meno che Giulio Tremonti.

Parliamo proprio dell’ex ministro dell’economia di Berlusconi, militante nel più classico dei partiti azienda, che deve essersi evidentemente pentito dei suoi trascorsi tanto da dichiarare, nel corso di un dibattito pubblico (lo abbiamo appreso leggendo la Repubblica di ieri) che “Il mercatismo è finito, è l’ora della sinistra alternativa”. Poi ha anche aggiunto, per buon peso, che la politica non è una “azienda”, bensì il suo contrario, e se l’ha detto lui che di queste cose certamente se ne intende ce da credergli.

L’uscita di Tremonti, dopo quella del professor Rossi, costituisce un chiaro segno del tempo che è decisamente cambiato da quando, eravamo addirittura negli anni 80-90 del secolo passato, si andava affermando il “pensiero unico” del primato del mercato.

Un dogma che avrebbe fatto breccia anche in una certa sinistra che, sposando acriticamente questa moda ed ansiosa di mostrarsi sufficientemente “moderna”, ha sostenuto la tesi secondo la quale si doveva accordare la precedenza sempre e comunque alle imprese che, crescendo, avrebbero del tutto automaticamente fatto crescere anche il Paese. Un dogma, quello della subordinazione della politica alle leggi del mercato, contro il quale abbiamo ripetutamente sbattuto la testa e che, ahinoi, ha imposto in tutto il mondo capitalistico occidentale, Italia compresa, modelli comportamentali, quali, appunto, la flessibilità del lavoro, che immensi danni hanno prodotto.

Orbene, se ora anche uno dei campioni del “Partito-Azienda” ammette il fallimento di questo progetto politico e politico-economico, sbriciolandone addirittura le fondamenta, lo fa perché ha evidentemente avvertito che questa ormai stantìa egemonia culturale sta esaurendo la sua presa, in specie in Italia. Ed il merito di tutto ciò va principalmente ascritto ai milioni di italiani, uomini e donne, che il 10 aprile scorso hanno seppellito con il loro voto quel progetto.

Parlare oggi di priorità dell’azienda non è dunque più di moda, anche se ci chiediamo se di questo se ne siano accorti anche quanti in seno alla sinistra, continuando a dichiararsi “riformisti”, invocano ora l’avvio della “fase due” delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e delle riforme, ancora una volta a tutto danno dei lavoratori. Se questo mutamento non l’hanno avvertito, allora li invitiamo a rifletterci su un attimo, nell’interesse della coalizione che, su mandato dei suoi elettori, è stata chiamata a governare il Paese per rinnovarlo e non certo per continuare con il berlusconismo.

Seja o primeiro a comentar

Posta un commento

Lettori fissi

Stefano Vinti © 2008. Template by Dicas Blogger.

TOP